Pages

dimanche 5 juin 2022

Tongue in cheek

 

Chantal Goya dans Masculin féminin

         Une expression anglaise que j'aime est "tongue in cheek" . En français peut-être "pince sans rire", est approchant, mais cela ne traduit pas vraiment. En allemand c'est la même chose : "Zunge in die Wange". Elle indique qu'on retient sa langue, ou qu'elle va à l'encontre de ce qui sort des lèvres, mais aussi qu'on suspend son assertion ou qu'on dit quelque chose à ne pas prendre au sérieux. Elle indique aussi que l'on dit quelque chose ironiquement, au sens le plus classique : dire le contraire de ce que l'on croit. Sauf que souvent on est tongue in cheek sans rien dire. C'est le style omniprésent de Swift, Saki, Shaw, Wodhouse, Waugh et tous les grands Irlandais et Anglais de la littérature.

         Très souvent le style "tongue in cheek" est ce que l'on appelle l'ironie "auctoriale", très bien définie par Anne Reboul  dans un article sur l'ironie

"L’ironie auctoriale est ce qui se produit quand un personnage, dans une fiction, dit (sérieusement) quelque chose qui est interprété par le lecteur comme absurde ou ridicule d’une façon ou d’une autre."

Autrement dit ce n'est pas l'ironie de tel ou tel personnage, mais celle qui naît de la manière dont l'auteur s'exprime. Un cas typique est celui de Evelyn Waugh, par exemple dans The loved one, qui se passe dans un funerarium californien:

« She wore a white smock and over her sharply supported left breast was embroidered the words, Mortuary Hostess.

“Can I help you in any way?”

“I came to arrange about a funeral.”

“Is it for yourself?”

“Certainly not. Do I look so moribund?”

“Pardon me?”

“Do I look as if I were about to die?”

“Why, no. Only many of our friends like to make Before Need Arrangements. Will you come this way?”

She led him from the hall into a soft passage. The décor here was Georgian. The “Hindu Love-song” came to its end and was succeeded by the voice of a nightingale. In a little chintzy parlor he and his hostess sat down to make their arrangements.

“I must first record the Essential Data.”

He told her his name and Sir Francis’s.

“Now, Mr. Barlow, what had you in mind? Embalmment of course, and after that incineration or not, according to taste. Our crematory is on scientific principles, the heat is so intense that all inessentials are volatilized. Some people did not like the thought that ashes of the casket and clothing were mixed with the Loved One’s. Normal disposal is by inhumement, entombment, inurnment or[…] »



Mais chez les satiristes comme Swift, qui souvent personnifient leurs personnages, les deux sortes d'ironies se confondent

"I should not have given the Publick, or my self, the Trouble of this Vindication, if my Name had not been made use of by several Persons, to whom I never lent it; one of which, a few days ago was pleased to father on me a new Set of Predictions. But I think those are Things too Serious to be trifled with, It grieved me to the Heart, when I saw my Labours, which had cost me so much Thought and Watching, bawl'd about by the common Hawkers of Grubstreet, which I only intended for the weighty Consideration of the gravest Persons. This prejudiced the World so much at first, that several of my Friends had the Assurance to ask me, Whether I were in Jest? To which I only answered coldly, That the Event would shew. But it is the Talent of our Age and Nation, to turn Things of the greatest Importance into Ridicule. When the End of the Year had verified all my Predictions, out comes Mr. Partridge's Almanack, disputing the Point of his Death; so that I am employed, like the General; who was forced to kill his Enemies twice over, whom a Necromancer had raised to Life. If Mr. Partridge has practiced the same Experiment upon himself, and be again alive, long may he continue so; that does not in the least contradict my Veracity: But I think I have clearly proved, by invincible Demonstration, that he died at furthest within half an Hour of the Time I foretold."



Une ironie intermédiaire entre celle du personnage et celle de l'auteur est chez Wodehouse. Jeeves n'est jamais ironique, car il respecte Wooster , mais sa manière de s'exprimer s'en approche sans cesse:

"When you come tomorrow, bring my football boots. Also, if humanly possible, Irish water spaniel. Urgent. Regards. Tuppy." "

What do you make of that, Jeeves?"

 "As I interpret the document, sir, Mr. Glossop wishes you, when you come tomorrow, to bring his football boots. Also, if humanly possible, an Irish water spaniel. He hints that the matter is urgent, and sends his regards." 

"Yes, that's how I read it, too ... " 

P. G. Wodehouse, 'The Ordeal ofYoung Tuppy'. 



L'ironie auctoriale standard est souvent chez Voltaire ou chez Anatole France: 

Un religieux de l’ordre de Saint Benoît, Ernold le Pingouin, effaça à lui seul quatre mille manuscrits grecs et latins, pour copier quatre mille fois l’évangile de Saint Jean. Ainsi furent détruits en grand nombre les chefs-d’oeuvre de la poésie et de l’éloquence artistique. Les historiens sont unanimes à reconnaître que les couvents pingouins furent le refuge des lettres au moyen âge.(L'île des pingouins )



 Gregory Currie commente fort bien ce que peut être un personnage qui, comme Chantal Goya dans Masculin féminin,  est tongue in cheek 

"L’ironie prétend asserter ou questionner ou justifier et ce faisant exprime une attitude envers ceux qui feraient, diraient ou justifieraient de cette façon, ou envers des gens, des actions et des attitudes que la feintise amène par ailleurs à l’esprit. Cette expression n’est pas nécessairement un cas de dire. De fait, l’ironie peut se passer du langage. "


George Bernard Shaw, Hilaire Belloc, J.K. Chesterton




jeudi 19 mai 2022

RINNOVARE IL PALAZZO DELLA RAGIONE

 

Padova


  (Ce texte d'Ange Scalpel est paru en 2012 en version anglaise dans la Rivista di filosofia, vol. CIII, n. 3).Il provient d' une conférence Guido Petri prononcée à l'Université de Pavie en 2010, et a été traduit par Davide Fassio)

 

RINNOVARE IL PALAZZO DELLA RAGIONE

 

 

1.     La fuga dalla ragione

 

           In molte grandi città d’Italia c’è un Palazzo della ragione, un edificio pubblico dedicato alla vita comunitaria e all’amministrazione della giustizia. Che una città decida di porre questo sacro nome sulla facciata del suo principale edificio civico è sempre stato una fonte di stupore ammirativa per quei filosofi che stimano la Ragione. Ma ora siamo lontani dall’epoca medievale in cui la maggior parte di questi palazzi fu edificata. Dopo aver dato il suo nome all’età dell’illuminismo, la Ragione è caduta in discredito. Possiamo noi restaurare il suo perduto splendore?

        Ciò sembra senza speranza. Il ventesimo secolo è stata l’epoca del declino della ragione. La filosofia in Europa è stata dominata fin dagli anni venti da un filosofo tedesco che ha proclamato che l’essenza della ragione è Gestell, e che non ha trovato alcuna contraddizione nell’essere al contempo un filosofo e un membro del partito Nazista. Dopo la seconda guerra mondiale l’esistenzialismo ha affermato che la libertà non è altro che una scelta irrazionale che crea i propri valori. Horkheimer e Adorno hanno proclamato l’ “eclisse della ragione” e hanno lanciato il tema della responsabilità del razionalismo nell’ascesa del totalitarismo. Prima degli anni quaranta, la difesa degli ideali della ragione era prerogativa dei pensatori di sinistra o liberali – come Julien Benda, Benedetto Croce, Bertrand Russell, José Ortega y Gasset o Thomas Mann – mentre l’irrazionalismo era il marchio della destra politica. Dopo la seconda guerra si è verificato uno spettacolare capovolgimento: l’attacco della ragione è divenuto il motto della sinistra, e quelli che l’hanno difesa sono stati sospettati di essere liberali conservatori. Niente mostra meglio questo fatto del Nietzschianesimo, che è stato prima considerato come elitista e antidemocratico, ma più tardi è divenuto la bibbia del pensiero di sinistra nelle mani dei pensatori radicali degli anni settanta come Michel Foucault, Gilles Deleuze e Jacques Derrida. L’ Esistenzialismo, l’ Heideggerianismo, il post-modernismo, il post-strutturalismo, il neo-pragmatismo e il pensiero debole, hanno proclamato la vacuità  dei valori della ragione e denunciato la cosiddetta tirannia del Logos. Sembra che le guerre della scienza siano state vinte da quei sociologi della conoscenza che hanno contribuito al trionfo del relativismo e sostenuto che i valori “Mertoniani” della scienza (comunalismo, universalismo, disinteresse e scetticismo organizzato) siano mere finzioni che mascherano interessi industriali e il desiderio del potere. D’altra parte l’anti-ragione non è un tema meramente filosofico. Essa è un leitmotiv del Zeitgeist. dai surrealisti ai post-modernisti, i freddi ideali della ragione sono stati considerati come i nemici della creazione artistica.

       Ci sono almeno tre conseguenze maggiormente evidenti di questa fuga dalla ragione in filosofia e nella cultura in generale. La prima è stata ben descritta da C.P. Snow in Le due Culture: dagli anni trenta in poi il pubblico intellettuale ha smesso di essere un difensore della verità e dell’oggettività, e il divario tra letteratura scientifica e letteraria è aumentato drammaticamente. Al tempo dell’affare Dreyfus in Francia gli intellettuali potevano parlare in nome della scienza e di valori universali contro gli uomini di lettere che difendevano valori nazionali. Dagli anni trenta in poi, matematici e scienziati sono stati esclusi dalla sfera pubblica, e il nome di “intellettuale” è stato riservato unicamente a persone nella sfera letteraria. La filosofia, spesso associata alla scienza almeno fino al positivismo logico degli anni trenta, dopo la seconda guerra mondiale è stata invece essenzialmente associata alle scienze umane. L’idea che un fisico o un matematico possano parlare di valori pubblici è divenuta sempre più aliena alla nostra cultura[1].

       La seconda conseguenza, che è un corollario della prima, è che la filosofia ha smesso di aspirare ad essere una disciplina teoretica, ed ha cominciato ad essere confinata a questioni etiche e politiche. Si è sempre supposto che i filosofi fossero amanti della saggezza, ma l’idea che la saggezza potesse provenire dall’acquisizione di conoscenza teoretica o dal possesso di certe verità riguardanti il mondo è divenuta sempre più sospetta. Si è letta la stessa filosofia antica come essenzialmente promuovente una saggezza pratica, e lo storico Pierre Hadot ha convinto molti che il fine dell’antica filosofia greca non fosse mai stato teoretico. I Neo-Kantiani da Fichte a Habermas hanno sostenuto che se ci può essere ragione in filosofia essa deve essere pratica e confinata al dominio dell’etica. La stessa idea che la filosofia possa produrre qualche tipo di conoscenza, o anche solo contribuire al progresso conoscitivo, è divenuta completamente obsoleta.

       La terza conseguenza, forse la più visibile, è che la filosofia è divenuta un soggetto popolare. Nonostante alcuni filosofi come Bergson o Russell abbiano conquistato gloria letteraria durante la prima metà del ventesimo secolo, la filosofia era ancora rimasta prevalentemente una disciplina academica. Sartre in Francia aprì la via a carriere filosofiche condotte completamente al di fuori dell’università. I pensatori radicali degli anni settanta – Foucault, Deleuze, Derrida, presto seguiti da Rorty negli Stati Uniti,  Negri , Vattimo e Agamben in Italia, Sloterdijk e Zizeck  in Germania– hanno tutti interrotto i loro iniziali legami con la filosofia accademica. Molti dei loro successori sono diventati giornalisti o autori di best-sellers. Oggi la filosofia è ovunque nei media, nei programmi radiofonici e televisivi, su internet e nelle riviste. Essa non propone più un messaggio di rivolta contro poteri politici e di cambiamento del mondo. Sovente i filosofi pubblici contemporanei non aspirano a niente di più che produrre un tipo di sociologia del presente unita ad una versione soft dell’etica delle virtù. Il filosofo come consulente morale e come terapista è la controparte del filosofo come giornalista. Molti filosofi hanno adottato i valori del giornalismo: scrivere veloce, solo su questioni contemporanee, prendere seriamente un opinione solo se è considerata molto importante e diffusa, abbandonarla se la gente si stanca di essa, non perché ingiustificata, e evitare ogni apparenza di apprendimento e erudizione e in generale alcunché possa far supporre una qualche forma di studio da parte del lettore.

       Anche se ai suoi tempi non poteva contemplare lo tsunami della cultura pop sulla filosofia, Franz Brentano ha descritto accuratamente quattro principali fasi della filosofia: creativa e teoretica, orientata alla produzione di conoscenza scientifica con Platone e Aristotele, poi etica, orientata a interessi pratici e alla ricerca della felicità con la filosofia Ellenistica, poi scettica con Hume e l’Aufklärung, e infine mistico-dogmatica con Kant e i suoi successori. Forse Brentano avrebbe descritto la nostra presente fase del dominio dell’opinione sulla filosofia come un ritorno al relativismo Pitagorico.

       Nel contesto odierno, il tentativo di rianimare la ragione e ritornare, come suggerito da Brentano, alla prima fase scientifica, sembra essere vano come il tentativo di riproporre la teologia Tridentina. Julien Benda, uno dei pochissimi intellettuali ad aver lucidamente contemplato al suo tempo il naufragio degli ideali della ragione e denunciato il “tradimento dei chierici” che sacrificarono il culto delle pure idee all’impegno politico, difese “la rigidità della ragione[2]. Ma, ci si potrebbe chiedere, che senso avrebbe tornare indietro ad un ideale che sembra essere definitivamente tramontato ? Certo se ci troviamo nella morsa di un senso Hegeliano della necessità storica nel dominio delle idee, ciò non ha senso. Ma il razionalismo non riconosce la necessità all’interno della storia. La ragione appartiene al dominio degli ideali, che sono indipendenti dalle contingenze della storia e che si possono sempre opporre ad essa. In questo senso il razionalismo non è un ideale di ieri, ma per ogni tempo.

 

 

2. Può la filosofia analitica incarnare i valori della ragione? 

 

      Alcune delle opposizioni emerse nella filosofia contemporanea durante l’ultimo secolo si potrebbero descrivere come il prodotto di un altro fenomeno delle “due culture”: la distinzione “analitico/ continentale” in filosofia. È stato detto che il famoso congresso di Davos nel 1929 sia stata la pietra miliare della separazione dei due mondi filosofici. Cassirer, il principale rappresentante del Kantismo razionalista, perse la battaglia contro la gloria ascendente di Heidegger, mentre Carnap, il terzo partito, percorse la sua via contro gli altri due[3]. Per molti versi la filosofia analitica ha ricevuto l’eredità della filosofia scientifica, mentre la  filosofia continentale ha ricevuto l’eredità dell’antirazionalismo post-Heideggeriano. Positivismo contro ermeneutica, argomentazione contro stile letterario, logica contro intuizione, preoccupazioni teoretiche contro preoccupazione per “la vita”, cenacoli accademici contro cultura pubblica, tutto sembra costitutivo della separazione. La filosofia analitica durante il ventesimo secolo ha tenuto viva la fiamma della ragione?

     Certo, l’ha fatto. Ma non è chiaro che essa abbia tenuto viva la fiamma in tutte le sue incarnazioni. La filosofia analitica è stata, per la maggior parte della sua storia durante il ventesimo secolo, la rappresentativa dei metodi tradizionali e della ragione: i filosofi analitici hanno coltivato la scrittura chiara e argomentata, l’uso della logica e dei metodi formali, e in generale sostenuto gli ideali dell’illuminismo e della filosofia scientifica. Ma se si considerano le (specifiche) dottrine, è meno ovvio che la filosofia analitica possa esser descritta come razionalistica. Molta della prima filosofia analitica durante il secolo precedente è stata critica delle tesi del razionalismo classico. Molta dell’originaria filosofia analitica (Russell, Moore) è una rivolta contro i razionalismi di Descartes (Cartesio), Leibniz, Spinoza, Kant e Hegel. Molta della filosofia analitica di metà secolo, con i positivisti logici, è legata ad una forma di empirismo che rifiuta ogni conoscenza a priori che non è puramente semantica. Più tardi W.V.O. Quine ha rifiutato la divisione tra verità vera in virtù del significato e verità in virtù di  com’è il mondo. Se interpretiamo il razionalismo come la prospettiva secondo la quale si può conoscere la realtà, molta della filosofia analitica è scettica riguardo alla possibilità di tale conoscenza. Molti autori all’interno della filosofia analitica, inclusi Carnap, Wittgenstein e Strawson, sono post-Kantiani, e dubitano che la ragione possa raggiungere  la natura delle cose. La tarda filosofia di Wittgenstein è meglio interpretata come una forma di anti-realismo che evita questioni metafisiche, e molto del positivismo logico è neutralista e deflazionista rispetto a problemi come la natura della verità, gli universali e l’ontologia in generale. Nonostante la recente rinascita dell’ontologia a partire da Saul Kripke e David Lewis, molti filosofi analitici simpatizzano con l’idea di Wittgenstein che i problemi e le tesi filosofiche si basino su illusioni della comprensione. Molti epistemologi analitici hanno rinunciato ad ogni tentativo di teorizzare/produrre/fornire una fondazione della conoscenza e rispondere alla sfida dello scettico e sostengono prospettive “contestualiste” della conoscenza secondo le quali la conoscenza viene e va dipendentemente dalle varie circostanze della sua attribuzione o valutazione. Alcuni di questi filosofi hanno persino riconsiderato prospettive “relativiste” secondo le quali ci può essere “disaccordo senza errore” in molte aree del discorso. Inoltre gran parte della filosofia analitica contemporanea è sospettosa delle prospettive razionaliste classiche. In filosofia della scienza, l’”empirismo costruttivista” di Bas Van Fraassen afferma che non possiamo mai dire che le nostre teorie scientifiche sono vere ma possiamo solo accettarle come empiricamente adeguate. In etica, molti filosofi seguono l’ “astinenza epistemica” di Rawls riguardo alla verità in etica e accettano il motto di Putnam di un’ “etica senza ontologia” o l’ “etica senza principi” di Rorty. Attualmente molta della filosofia “post-analitica” contemporanea si è occupata di temi relativisti e scettici che rimandano al pensiero post-modernista. Quando Rorty difende l’ “edificazione” contro l’argomentazione, e quando Cavell ci ingiunge di rinunciare ad ogni tentativo fondazionale o esplicativo e di coltivare “l’ordinario”, non siamo molto lontani da Heidegger. Il relativismo e lo scetticismo non sono limitati ai confini della filosofia post-analitica. Il forte orientamento del naturalismo nella filosofia analitica contemporanea che è un erede dell’empirismo Quineano e dello sviluppo delle neuroscienze cognitive è anche molto sospettoso di idee fondazionali e della conoscenza a priori. Alcune delle sue tendenze più radicali invocano una dissoluzione della filosofia nella scienza empirica. Gli auto-proclamatisi “filosofi sperimentali” ci dicono che la maggior parte dei nostri concetti e intuizioni filosofiche sono vincolati da una cultura e non hanno validità universale, contrariamente a ciò che la tradizione razionalista in filosofia ha sempre presupposto. Non è quindi sorprendente che alcuni di essi trovino attrattive alcune idee Nietzscheane.

     La filosofia analitica è ora una villa troppo ampia con troppe stanze per essere ridotta ad una sola corrente . Ma è necessario ammettere che molte prospettive che sono state definite “analitiche” non sono particolarmente favorevoli al razionalismo. Quindi, alla domanda posta nel titolo di questa sezione io risponderei solo con un qualificato “si”.

 

3.           Il regno della ragione

 

     Ma quali sono esattamente i criteri del razionalismo? “Ragione” è una parola particolarmente ambigua. Il razionalismo in generale e in filosofia in particolare comporta vincoli sia sostantivi che critici, che enuncerò qui in qualche modo dogmaticamente. 

     Prima distinguiamo tra vincoli sostantivi o dottrinali del razionalismo da un lato e vincoli critici o metodologici dall’altro. Ci sono quattro vincoli sostantivi fondamentali del razionalismo: (i) metafisici: possiamo avere conoscenza di una realtà oggettiva indipendente dalla mente; (ii) epistemologici: almeno una parte della nostra conoscenza del mondo è a priori, nel senso che si basa su principi che sono indipendenti dall’esperienza; (iii)  unità: ci sono stabili leggi della ragione e del pensiero, che l’esperienza non può cambiare ; (iv)  normatività: ci sono norme e valori razionali, basati sulle leggi della ragione, che sono  a priori e che devono essere rispettate.

     Ci si potrebbe domandare se questi vincoli di fatto definiscano il razionalismo. Ora, alcuni filosofi, come Leibniz e Kant, sono razionalisti nel senso epistemologico (ii) ma non sono realisti metafisici nel senso (i); essi sono idealisti. Per converso si può essere realisti metafisici senza essere epistemologicamente razionalisti (un gran numero di naturalisti e empiristi sono realisti metafisici). In che misura, tuttavia, si può essere razionalisti epistemologici negando al tempo stesso il realismo metafisico? L’idealismo “assoluto” di Hegel, e alcune versioni di pragmatismo, considerano il mondo come razionale. Questi sistemi contano come razionalisti? In un senso si, dal momento che essi considerano la verità riducibile alla giustificazione, e il mondo come identico alla mente.  Tuttavia, ci si potrebbe domandare se un autentico razionalista possa accettare che la verità non può oltrepassare  la giustificazione. L’affermazione Hegeliana che la ragione può conoscere ogni cosa è effettivamente opposta al razionalismo genuino, che accetta che vi siano verità inconoscibili. Direi che lo stesso vale per neo-Hegeliani dei giorni nostri come Robert Brandom, o neo-Kantiani come Jürgen Habermas o Hilary Putnam per i quali la verità è giustificazione ideale razionale. Lasciatemi definire queste forme di razionalismo immodeste. Il razionalismo che si accompagna agli ideali della ricerca scientifica, tuttavia, è del tipo modesto: esso non pretende che la ragione non abbia limiti, e considera la conoscenza umana come limitata. In altre parole esso accetta una forma di realismo per il quale la verità può eccedere l’accettabilità razionale. Per neo-Kantiani la verità non puo estendersi oltre la giustificazione. In altre parole, il rationalismo implica il concetto realisto di verità[4]. Pertanto il realismo nel senso di (i) forma il nucleo dei vincoli del razionalismo. Il realismo puoi essere  limitato. Per essenpio e possibile d’essere piu o meno realisto dipende all tipo di discorso: il realismo matematico non implica necesarmente  il realismo morale. Ma senza l’idea d’una conoscenza oggetiva e d’una realta independente e non mentale il razionalismo non é veramente un razionalismo. Ciò non significa che tutti i razionalisti debbano seguire la stessa agenda. Un razionalista, per esempio, non deve necessariamente essere un realista riguardo agli universali o alle entità astratte. Egli può essere un nominalista riguardo agli universali. Inoltre, nonostante il razionalismo comporti l’accettazione di una distinzione tra conoscenza a priori e a posteriori, non tutti i razionalisti devono tracciare la distinzione allo stesso modo.

      Non è così chiaro che un razionalista debba accettare i quattro precedenti vincoli. Un autentico razionalismo, un razionalismo sanguigno o vigoroso, per cosi dire, comunque, deve accettarli tutti. Primo, gli ideali della ragione sarebbero vuoti se l’esercizio della ragione non potesse aiutarci a raggiungere un mondo oggettivo nel senso richiesto dal realismo. Secundo essi non avrebbero senso se non si accettasse che almeno certi principi sono  indipendenti dall’esperienza e non rivedibili. Tertio , questi ideali sarebbero privi di forza se le norme della ragione non possedessero un grado significativo di unità e stabilità. Quarto ed essi sarebbero impotenti se non avessero forza normativa e capacità di guidarci nelle nostre ricerche. D’altra parte gli scetticismi e relativismi di tutti i tipi rifiutano i quattro vincoli e considerano il mondo come inconoscibile. L’empirismo e il naturalismo riduttivo rifiutano il secondo, il terzo e il quarto vincolo. Moltissimi pragmatisti – eccetto Peirce, che era un realista pragmatista – rifiutano i quattro vincoli.

     Il razionalismo comporta anche principi  critici e metodologici , maximio regole per la direzionedell’ intelligenza, che seguono naturalmente da quelli sostantivi. Un razionalista sostiene che le norme della ragione sono costitutive del nostro pensiero, ma ciò non significa che non dobbiamo fare nulla per mettere questi ideali in pratica. Valutare la ragione è rispettare i suoi principi. Ed essere guidati da essi. Rispetto per le leggi della logica implica credere nell’unità della logica e nella forza delle sue leggi. Il principio di contraddizione è scritto sulla facciata del Tempio della Ragione. Alcuni logici, tuttavia, rifiutano la logica classica. Sono essi espulsi dal Sacro Tempio della Ragione? Non necessariamente, dal momento che tutti i logici accettano che ci siano principi minimali di inferenza. Comunque affermerei che un autentico razionalismo non è compatibile con una forma estrema di pluralismo logico, secondo il quale ci sarebbero molti sistemi logici alternativi. Il principio di tolleranza di Carnap, che dice che in logica non ci sono morali, e che ciascuno è libero di scegliere un sistema secondo i propri bisogni, è più consono ad un tipo di pragmatismo che al razionalismo. Il razionalismo può accettare l’idea che non c’è un unico insieme di principi logici universali, ma non può accettare che la logica sia solo uno strumento o un organon. Essa deve essere un canone. Certamente la riverenza per la logica non è esclusiva del razionalismo, ma il disprezzo per la logica e coltura del ragionamento impostore e fallace è chiaramente il più sicuro senso di irrazionalismo e misologia. 

     Una delle più importanti interpretazioni del quarto vincolo del razionalismo – l’esistenza di valori razionali – ha una controparte critica, che è che ci sono norme della ragione. Le norme più astratte e generali sono quelle della conoscenza e della ricerca, in particolare la norma della verità – si deve ricercare la verità, e evitare l’errore – e la norma dell’evidenza – si deve credere solo sulla base di evidenza sufficiente. Queste formano ciò che è spesso chiamata, nei termini usati da William Clifford, l’ “etica della credenza”. Esse sono le norme epistemiche che i pensatori dell’illuminismo fin da Locke e Voltaire hanno sempre difeso in nome della Ragione, specialmente contro forme di entusiasmo religioso e non. Esse sono il nucleo dell l‘Illuminismo insieme a quelle che Kant ha chiamato “le massime del senso comune” – pensare da sé, pensare al posto dell’altra persona, sempre pensare in modo coerente con se stessi. La massima di Clifford, benché sia un affermazione metodologica, è l’espressione di ciò che si avvicina ad essere un quinto principio sostantivo del razionalismo: (v) evidenzialismo: solo l’evidenza può giustificare una credenza. La norma evidenzialista si contrappone alla dottrina pragmatista, difesa da William James, secondo cui la credenza è una questione della volontà – che la credenza, il giudizio e la ragione in generale possono essere giustificate dalla sola azione. La dottrina volontarista riguardo alla credenza si rifà a Cartesio e alla sua concezione del giudizio come sotto il controllo della volontà. Cartesio  ha sostenuto che Dio crea le eterne verità della logica e della matematica dalla propria libera volontà. Di fatto Cartesio è ritenuto un razionalista kat’exochèn . Ma l’idea che Dio possa rendere vero, con la sua volontà, che due più due non fa quattro è davvero razionalista? Leibniz ha sostenuto contro la tesi di Cartesio , giustamente a mio avviso, che essa implica effettivamente l’introduzione di un elemento irrazionale all’interno della ragione. Le verità della Ragione non dipendono da alcuna volontà. In questo senso l’anti-volontarismo è un principio fondamentale del razionalismo: pensiero, ragione e verità non sono di nostra fattura.[5]

     Certamente il razionalismo non possiede il copyright di queste norme epistemiche – gli empiristi possono accettarle entrambe e i pragmatisti possono almeno accettare la norma della  verità sebbene essi rifiutino la norma dell’evidenza – ma i razionalisti si trovano in una posizione migliore di ogni altro filosofo per difendere il loro status normativo. Un filosofo che, come molti pragmatisti, dicesse che le regole della ricerca non sono immuni da revisione o sono mere massime strumentali, di fatto negherebbe la loro forza normativa. Peirce è un’eccezione. Egli ha sostenuto che “la prima regola della ragione” è “mai ostacolare la via della ricerca”, e differisce da moltissimi altri pragmatisti nel considerare tali principi come a priori e non rivedibili. Egli anche rifiuta la dottrina della volontà di credere di William James. 

     L’esatta natura delle norme della ragione e la misura in cui i principi della logica sono normativi è oggetto di disputa tra i razionalisti e i loro avversari, ma anche all’interno dell’ambito razionalista. Dovremmo ragionare secondo i principi della logica classica o secondo le leggi della probabilità? La ragione si esaurisce nel suo senso logico? C’è un dibattito, in particolare nella teoria dell’azione e della decisione, se i condizioni della razionalità siano sostantivi – riguardino le azioni in se stesse – o meramente “procedurali” – riguardino meramente la procedura per raggiungere una decisione. La forma precisa che i principi della ragione, sia sostantivi che critici, dovrebbero assumere è ancora un problema irrisolto.

     Ho formulato i vincoli del razionalismo nei termini di condizioni riguardanti la ragione teoretica, ma si può essere razionalisti anche nel dominio pratico. Tradizionalmente il razionalismo morale è la prospettiva secondo la quale requisiti e norme etiche non seguono da sentimenti e passioni, ma dalla sola ragione. Ancora una volta, non affermo che un razionalista genuino debba essere un razionalista in tutti gli ambiti, incluso quello etico. Ma almeno un vincolo mi sembra che sia fondamentale rispetto a tutti gli altri tipi di razionalismo: l’idea che la ragione teoretica venga prima, e che è meglio soddisfatta in associazione con il pensiero scientifico piuttosto che in opposizione ad esso. Un razionalista che si limitasse alla sfera morale e pratica, come Fichte o Habermas, sarebbe solo per metà nel regno della ragione.

 

 

4.           Come rinnovare il Palazzo della ragione

 

      Ho indicato la forma che, a mio avviso, il razionalismo possiede.  Ma la ragione é una bella addormentata  nel bosco della filosofia nell suo castello, forse per piu di cento anni. Dove il Principe chi porrei svegliare la Principessa Ragione? La storia e difficile a credere, perché le  Principesse  e il Principi sono per lo piu irrationalisti. Porrei la Principessa della Ragione svegliare e dire all Principe:  "Siete voi, o mio Principe?", ella gli disse. "Vi siete fatto molto aspettare!". Ma dove potremmo trovare quello Principe?

     Vorrei ora indicare quale forma esso dovrebbe assumere. Il rinnovamento di una posizione classica in filosofia non significa l’adozione delle stesse dottrine del passato. Proprio come Leibniz quando tentò di rinnovare le forme sostanziali della filosofia scolastica nel XVII (diciassettesimo) secolo non riformulò le dottrine aristoteliche in quanto tali ma cercò di adattarle alla fisica dei suoi tempi, il razionalismo dovrà reinventare le proprie categorie e le proprie tesi fondamentali.

     Un modo in cui esso dovrà essere reinventato riguarda la sua relazione con il naturalismo. Il razionalismo classico si è basato su una concezione della ragione come una facoltà naturale che distingue l’uomo da altre creature. Gran parte della difesa del razionalismo epistemologico contro l’empirismo si basa sulla dottrina delle idee innate. Nonostante Chomsky e Fodor abbiano tentato di riproporre questa dottrina nel contesto della scienza cognitiva contemporanea, il razionalismo non è necessariamente legato ad essa. Né è necessariamente opposto al naturalismo. Il fatto che gli esseri umani siano animali evoluti non costituisce un limite al fatto che parte della loro conoscenza sia non empirica. Pensare altrimenti sarebbe commettere una fallacia genetica: confondere le origini delle nostre idee con le condizioni della loro validità. Allo stesso modo benché molti razionalisti classici abbiano sostenuto che la conoscenza a priori si basi su una facoltà dell’intuizione o introspezione, il razionalismo non deve necessariamente fare appello ad una tale misteriosa facoltà. Il razionalismo contemporaneo è perfettamente libero di sostenere che la conoscenza a priori si basa sulla natura dei nostri concetti più fondamentali e sulle norme che sono da essi implicate. Quindi, mentre i concetti percettivi sono associati a certi tipi di garanzie che ci assicurano quando siamo autorizzati alla conoscenza percettiva, i concetti logici sono associati a certi tipi di garanzie inferenziali.[6]

      Il leitmotiv del razionalista è che la filosofia è il dominio di ragioni e di norme. Il razionalismo non asserisce solamente la loro realtà contro scettici e relativisti, ma anche la loro autonomia da fatti naturali contro i naturalisti riduzionisti. Larga parte dell’agenda per un futuro lavoro filosofico in questo ambito consiste nel porsi domande come le seguenti: gli enunciati normativi sono fattuali? Se si quale tipo di fatti? Sono le norme riducibili ai valori? A ideali di razionalità? O sono esse riducibili a ragioni, secondo ciò che è a volte chiamato il “buck passing” account dei valori[7]? Come possiamo conoscerli e come essi possono regolare i nostri pensieri e le nostre azioni? C’è una differenza fondamentale tra norme epistemiche e ragioni per pensare da un lato e norme pratiche e ragioni per agire dall’altro? O la loro struttura è essenzialmente la stessa? Molte di queste questioni, che sono di pertinenza della meta-etica e della meta-epistemologia, sono già centrali in lavori contemporanei[8]. In epistemologia c’è un contrasto tra prospettive “internaliste”, secondo le quali per sapere qualcosa si deve sapere di sapere e conoscere le proprie ragioni, e prospettive “esternaliste”, secondo le quali la conoscenza non richiede ragioni. In psicologia morale c’è un’opposizione tra teorie che sostengono che le nostre ragioni per agire devono motivarci, e teorie esternaliste che negano tale condizione. Gran parte del progetto razionalista consisterà in un’analisi della struttura dell’ambito normativo delle ragioni in entrambi i domini.

      Questo tipo di progetto si potrebbe definire critico, dal momento che esso consiste nel cercare di comprendere i limiti della cognizione e dell’azione nei suoi termini più generali. Esso ha un tono Kantiano, ma non è necessariamente legato ad alcun progetto di una filosofia trascendentale nel senso Kantiano. Molti tentativi sono stati fatti, fin dalla fine del diciannovesimo secolo, per riportare in vita l’approccio critico di Kant. Gran parte di questi tentativi ha fallito perché essi si sono basati su una concezione troppo ristretta dell’a priori o perché non sono stati capaci di tenere in considerazione la natura della conoscenza scientifica contemporanea. Ma vi sono altri modi di comprendere il progetto critico diversi da quello Kantiano. Io suggerisco di comprendere tale progetto come una ricerca dell’estensione e dei confini della normatività. La filosofia, comunque, non è meramente critica. Essa ha anche una parte positiva, che è speculativa[9], nel senso che essa deve investigare la natura della realtà come un tutto, e in questo senso essa deve essere metafisica, pace Kant. Ma anche qui c’è metafisica e metafisica. Certo, la metafisica è una disciplina a priori, che ha il compito di descrivere le caratteristiche più generali della realtà e costruire il più accurato sistema di categorie ontologiche, ma essa non può riuscire a fare ciò in completo isolamento rispetto alla scienza. A questo riguardo essa non può affermare di asserire la verità finale riguardo a ciò che c’è. Il razionalismo non deve essere modesto nelle sue affermazioni sostantive e critiche riguardo alla natura della conoscenza, ma deve essere modesto quando perviene all’effettiva conoscenza del mondo[10].

 

   

        5.  La ragione nel pubblico dominio 

          

       Il mio manifesto razionalista deve sembrare deludente se si crede che la filosofia debba prendere parte negli affari umani e politici e se ci si aspetta che essa sia depositaria di un messaggio per l’umanità o almeno per la vita pubblica. Io rifiuto l’assunzione che essa debba fare ciò. La filosofia è prima di tutto una disciplina teoretica, che non deve necessariamente avere alcuna conseguenza pratica. Questo implica, in primo luogo, che la filosofia può essere una impresa teoretica. Ciò non significa cha la filosofia debba essere integrata come una disciplina empirica nelle scienze naturali, cognitive o sociali. Razionalismo significa che non tutta la nostra conoscenza è empirica. Una larga parte dei compiti critici e speculativi della filosofia consiste nell’investigazione dell’ordine concettuale e normativo su cui la nostra conoscenza empirica si basa e provvede una spiegazione delle più fondamentali categorie della realtà. Nonostante ciò non possa esser realizzato senza scienza, non è in sé stesso uno sforzo scientifico. In secondo luogo, la filosofia dovrebbe essere una impresa teoretica, e non avere nulla a che fare in particolare con il miglioramento delle nostre vite individuali o collettive. In  altre parole, io condivido pienamente la diagnosi di Benda che il ruolo dei “chierici”, e dei filosofi in particolare, è quello di coltivare i valori intellettuali e non sacrificarli in nome di valori pratici e della politica. Ciò non significa che i filosofi non devono avere a che fare con la sfera pratica e quella pubblica. Al contrario, essi devono, in quanto è uno dei ruoli della filosofia quello di comprendere la natura dell’azione e della vita etica. Ma il loro ruolo non è quello di essere coinvolti nell’azione pubblica né di limitare sé stessi a proporre varie concezioni della saggezza pratica. Un filosofo che non prendesse parte alla vita pubblica non cesserebbe di essere un filosofo, ma un filosofo che non prendesse parte alla vita teoretica cesserebbe di essere tale.

      Sono consapevole che il tipo di concezione che ho qui presentato sarà considerata come totalmente noiosa e reazionaria. Gli ordinari principi della ragione – credi ciò di cui hai evidenza, segui la logica, non dire più di quello che puoi sapere, eccetera – sembrano banali e noiosi. Se essi sono costitutivi del nostro pensare e sono in ogni caso presenti, perché preoccuparci a prescriverli? Ciò suona pedante o moralistico. Comunque, a differenza dell’imperativo morale Kantiano, dove si può parlare di dovere fine a se stesso, non si può parlare di ragione o logica fine a se stessa. Solo paranoici o folli farebbero ciò. Si può solo parlare di ragione  o logica per un certo scopo, che è la verità[11]. In filosofia il fine è trovare verità metafisiche, concettuali e morali. Ma nessuno dice che si deve rispettare la logica e la ragione ovunque e in ogni circostanza, in particolare quando la verità non è di nostro interesse. Ma in filosofia la verità è il nostro oggetto di interesse. Non è il nostro oggetto di interesse solo in filosofia e nella scienza e nelle questioni intellettuali. Essa è anche il nostro interesse in questioni etiche, politiche, e possibilmente estetiche, e nella misura in cui ci sono verità in questi ambiti, il rispetto per la ragione e la logica è importante anche lì. La ragione è noiosa? Certo che si, se si adotta il credo di Nietzsche e Walt Whitman:

 

        Mi contraddico?

        Molto bene, allora io contraddico me stesso.

  (Io sono ampio. Contengo moltitudini)

 

Meglio essere ristretti, e contenere solo se stessi, dice il razionalista classico. Ma la noiosa ragione può essere anche divertente. La satira razionalistica, nelle mani di Swift, Voltaire, Kraus, Benda, Russell e Orwell e molti altri che scrivono in nome della Ragione, è difficilmente noiosa, sebbene sia vero che la ragione, essendo ovunque la stessa, ha sempre lo svantaggio di sembrare monotona e ripetitiva se confrontata con l’errore e il falso ragionamento che sono vari e molteplici. 

     Il razionalismo è reazionario? Certo, come suggerito in precedenza, il tentativo di restaurare, quattro secoli più tardi, il razionalismo classico al suo apice come si è sviluppato con Cartesio, Spinoza, Leibniz e Kant, sembrerebbe essere una prospettiva reazionaria. Ma lo è solo se si pensa che la filosofia deve sempre e ovunque, proporre qualcosa di radicalmente nuovo e necessariamente adattare tutte le sue tesi ai cambiamenti d’epoca e di cultura. Ma deve fare ciò? La ragione deve cambiare, adattarsi e essere “dinamica”? Filosofi come Eraclito, Hegel, Marx, Bergson e altri hanno fondato la loro intera carriera nel dominio delle idee sull’affermazione che il pensiero deve essere “dinamico” e la ragione “flessibile” ai cambiamenti. Ma la ragione non deve cambiare. Essa rimane sempre la stessa, almeno nei suoi principi fondamentali. Ne segue che il programma razionalista è lo stesso per oggi e domani come lo era per ieri. Il segno della reazione intellettuale non è il tentativo, sempre rinnovato, di mantenere saldi i principi della ragione e di comprendere come essi possono ancora valere nelle mutevoli circostanze. Il segno della reazione è cadere vittima della tirannia del presente, e supporre che le leggi della ragione cambieranno in futuro. Voltaire, Russell o Benda, che non erano certo reazionari politici, avrebbero lasciato il loro segno sulla storia della ragione e su efficaci interventi nella vita pubblica se avessero creduto che la difesa dei suoi principi fosse meramente un episodio passeggero? Quando la bella sveglia del suo profundo sonno, ella e sempre stessa.[12]

 



[1]  Si vedano le affermazioni di G.H. Hardy citate da C. P.Snow: “Have you noticed how the word “intellectual” is used nowdays? There seems to be a new definition which certainly does not include Rutherford, Eddington, Dirac nor me. It does seem rather odd” ( The two cultures (1959), Cambridge 1998,p.3)

       [2]  Su Benda, P. Engel, Les lois de l’esprit, Julien Benda ou la raison, Paris, Ithaque, 2012

[3] Michael Friedman, A Parting of the Ways, Carnap, Cassirer and Heidegger, La Salle, Open Court, 2000

[4] Per un argumento per la differenza tra la verità e la iustificazione, D. Marconi, Per la verita , Appendice, p. 161-164

[5]  Per un buon argomento secondo cui il pragmatismo, specialmente in Bergson, è essenzialmente anti-razionalista, si veda Susan Stebbing, Pragmatism and French voluntarism Cambridge University Press 1914,

[6]   C. Peacocke ha articolato questo tipo di programma razionalista in Concepts , MIT Press, 1992, Being Known, Oxford 1999, e The realm of reason, Oxford 2004..

[7] Si  veda Timothy Scanlon, What we Owe to Each Others, Cambridge Mass, Harvard University Press

[8]  See  J . Skorupski’s impressive work long these lines, The Domain of Reasons, Oxford University Press 2011, and D. Parfit’s On What Matters, Oxford University Press , 2011.

[9] “Critical and speculative philosophy”, in  Contemporary British Philosophy: Personal Statements (First Series), ed. J. H. Muirhead (London: G. Allen and Unwin, 1924): 77-100

[10]  Claudine Tiercelin, Le ciment des choses, petit traité de Métaphysique réaliste, Paris, Ithaque, 2011. 

[11] I. Johansson, “Respect for Logic”, Essays dedicated to Dag Westertahl for his 60th birthday, Dept. of Philosophy, Göteborg University Web Series, No. 35, pp. 127-134 , 2003.

[12] Garzie a Davide Fassio per la sua traduzione di questo testo.


mort de La Palice à Pavie 1525

jeudi 12 mai 2022

Stratagème à la Perec pour l'écriture inclusive

   

le roman dont se serait inspiré Perec

L'écriture inclusive nous pourrit l'existence. Si vous résistez, vous passez pour un infâme réactionnaire, opposé à la marche de la fémanité. Si vous l'acceptez, vous rendez vos communications illisibles. Comment adopter un compromis et avoir un minimum de tranquillité, même s'il faut bien admettre que la tranquillité grammaticale c'est de respecter les lois de la grammaire d'une langue, qui sont supérieures à celles de son  lexique ? Ou bien faut-il, comme les latins (qui n' étaient pas spécialement féministes ) pour les arbres, tout mettre au féminin? Un premier pas consiste, comme me l'a suggéré une amie, à utiliser des abréviations comme celles qu'on a souvent dans les fins des correspondances par mail :

"amts" pour "amitiés"

"bat" et "bav" pour "bien à toi" et "bien à vous"

Mais cela ne résout pas le problème. La solution, me semble-t-il, est de doubler du stratagème de Georges Perec dans son fameux La disparition: supprimer la lettre "e", responsable de bien des maux. Mais cela ne suffit pas non plus, car le féminin ne se marque pas qu'avec des "e". Il faut donc recourir à un moyen plus radical: supprimer les voyelles.Voici quelques exemples sur des cas fréquents:

chères et chers collègues / chrs cllgs 

chers ami(e)s / chrs ms 

toutes et tous / tttts 

mesdames et messieurs / msdsmssrs  ou plus simplement : msd

professeur(e)  / prfssr 

directeur/ trice / drctr 

 auteur/trice / tr 

lecteur/trice  / lctr 

docteur/oresse / dctr 

doctorant (e), post-doctorant (e)/ dctrt , pst-dctrt

écrivain (e) / crvn 

président(e) / prsdnt  

ministre / mnstr  

On me dira peut-être que c'est un peu radical: autr, doctr , lectr, ecrivan seraient suffisants. Mais si l'on veut être fidèle à Perec, il faut y aller carrément.

on évite aussi le notoire "iel" /  l , et au pluriel : ls

un/une / n 

le/la   l 

chacun/e     chcn

etc.

Comme on aura noté, le "et" n'est plus nécessaire, puisqu'une seule forme suffit pour désigner les deux genres, et surtout les .(es) et autres ajouts perdent leur raison d'être. C'est très commode, une fois répandu, car cela évite aussi d'user de trop de signes, en une époque de tweets et où la lecture sur internet ne dépasse pas vingt lignes .

Mais comme on voit il faut généraliser : les termes désignant le féminin doivent aussi subir le même régime :

femme / fmm 

dame / dm 

repasseuse / rpsss 

ravaudeuse / rvds 

procureuse/ prcrs   , qui bien plus commode qu'un terme légèrement connoté.

mais si l'on veut être vraiment épicène, c'est à dire unisexe, les termes masculins ne doivent pas faire exception :

homme / hmm 

mâle / ml

gros macho / grs mch 

et cela s'applique aux prénoms :

Martin . ine / mrtn

Jean/Jeanne  Jnn

mais aussi aux adjectifs :

présent/e  : prst 

joli / jolie   / jl

On pourra quand même garder le "e" dans les formes nominales non fléchies, les adverbes, les verbes :

est, sont, gentiment, marcher

Bien sûr il y aura des homonymes , puisque "l" sera à la fois "la" et "iel" : 

"la meuf est jalouse" / l mf est  jls 

"il est jaloux le mec" / l mc l est jl

On notera que cela évitera le scandale de ces termes au féminin désignant souvent des mâles : 

sentinelle / stnll 

ordonnance / rdnc 

personne / prsnn

    J'admets que cela ne satisfera pas les plus rdcls: si l'on doit écrire "femmage" pour honorer n prsnn de sexe fmnn, et "hommage" pour honorer n prsnn de sexe mscln, ma réforme ne sera d'aucune aide. Pour assurer l'épicénie, il vaudrait mieux simplement garder "hommage" et l'écrire:

hmmg 

"mes hommages, Madame" / mes hmmgs, Mdm

Il ne reste plus qu'à mettre en pratique.


l'anglais a résolu le problème